Intervista alla regista Catherine McGilvray

Come sei venuta a conoscenza di questa storia straordinaria?

Mi è stata raccontata nel 2009 da una giovane missionaria del Kerala. L’immagine della madre che bacia l’assassino della propria figlia, e quella della sorella della vittima che gli allaccia al polso il rakhi, accogliendolo come fratello, mi hanno colpito profondamente. Così ho deciso di partire per l’India per incontrare i protagonisti della vicenda. Avvertivo la necessità di dedicare tutte le mie energie a realizzare un documentario che testimoniasse al mondo questa incredibile storia di perdono.

Cosa ti ha spinto a assumere il rischio di produrre personalmente il film?

Non ho cercato una produzione esterna, perché all’inizio c’erano troppe incertezze e soprattutto perché volevo essere totalmente libera da condizionamenti e da interessi commerciali. Intendevo realizzare il documentario nel più assoluto rispetto dei sentimenti e della cultura dei protagonisti. Renato Spaventa e Arnaldo Colasanti, condividendo il mio pensiero, mi hanno affiancato nella produzione.
Successivamente la Rielo Institute for Integral Development, una organizzazione non profit con sede a New York, ha deciso di aiutarci a distribuire il film.

Quanto tempo ha richiesto la realizzazione del documentario?

In tutto ci sono voluti quattro anni di lavoro. Sono andata per la prima volta in India nell’autunno del 2009. In Madhya Pradesh la situazione era ancora tesa a causa del fanatismo religioso. Le suore erano preoccupate dalla propaganda anticristiana di alcuni esponenti dei partiti nazionalisti, e temevano che il film potesse rinfocolare l’odio, ma sono riuscita a ottenere la loro fiducia. Nel 2010 sono tornata in India Centrale con Renato Spaventa per effettuare le riprese. Il nostro viaggio è iniziato in un ashram cristiano a Narsinghpur, dove, grazie all’incoraggiamento di Swami che è ormai il suo padre spirituale, Samundar ha iniziato ad aprirsi con noi e a raccontarci la sua storia. Poi siamo andati con loro nella città di Indore, dove abbiamo ripreso gli interni della prigione in cui Samundar è stato detenuto. Da lì, abbiamo raggiunto insieme il villaggio di Udainagar, dove abbiamo filmato il convento di Rani Maria e i luoghi in cui è avvenuto il delitto. Il nostro viaggio si è concluso in Kerala, dopo un viaggio di quarantaquattro ore in treno in compagnia di Samundar. Là, nel villaggio di Pulluvadhy, ci aspettava la mamma di Rani, che ha accolto Samundar come un figlio.
Nel 2012 siamo tornati per la terza volta in India, per terminare le riprese, mostrare una prima versione del film alle Francescane Clarisse e agli altri protagonisti, così da ottenere le liberatorie. Nel 2013 abbiamo completato a Roma la postproduzione del film.

Quali e quante difficoltà hai incontrato?

La lingua è stata l’ostacolo principale. I nostri protagonisti, tranne Swami che conosce l’inglese, parlavano esclusivamente Hindi o Malayalam. Durante le riprese, né io, che ero dietro alla telecamera, né Renato, che registrava il suono, capivamo una sola parola. Avevamo un interprete, ma per sapere cosa era stato detto dovevamo aspettare di rivedere il girato. C’era poi il problema dell’elettricità, che mancava di continuo: persino ricaricare le batterie della telecamera era un’impresa. In generale ho dovuto abbandonare ogni idea prestabilita e sono stata costretta a improvvisare, adattandomi alle circostanze. Un’altra difficoltà era costituita dalla differenza culturale. Ad esempio, se chiedevo a Samundar di compiere davanti alla telecamera dei gesti per noi banali quali radersi, alzarsi dal letto, o condividere dei momenti con la sua famiglia, lui li percepiva come troppo intimi e si rifiutava, mentre paradossalmente sono rimasta sorpresa dal modo in cui ha rievocato per noi situazioni piuttosto drammatiche del suo passato. In sintesi, sono stata costretta a mettere da parte la mia mentalità di donna occidentale e la mia volontà di controllare a ogni costo gli eventi. Il che, retrospettivamente, è stata una fortuna. Mi sono dovuta affidare all’ispirazione del momento, abbandonando la struttura del film che avevo in mente. Ho seguito l’esempio di Swami che, a ogni cambio di programma, diceva, ridendo: «Che il Signore sia lodato». Portare a termine le riprese è stata realmente un’esperienza mistica: non avevo altra scelta che lavorare nella completa accettazione di quanto ogni giorno e ogni situazione avevano da offrirmi.

Realizzare questo documentario ti ha cambiato da un punto di vista spirituale?

Padre Swami Sadanand aveva posto come condizione che io e Renato trascorressimo una settimana di ritiro spirituale nel suo ashram prima di iniziare le riprese. Abbiamo accettato più che volentieri, per noi poter assistere alle sue lezioni spirituali è stata una grande fortuna. Con la sua gioia e la sua instancabile energia, Swami testimonia una vita dedicata completamente a Gesù.

Hai detto che nel fare il film hai dovuto abbandonare la struttura che avevi in mente…

Il viaggio di Samundar in treno costituisce il fil rouge del film. L’assassino è il protagonista del documentario. È attraverso di lui, per mezzo delle sue parole, dei suoi gesti e dei suoi ricordi, che veniamo a conoscenza dei fatti. All’inizio, quando rievoca il crimine e gli anni del carcere, il treno in cui viaggia rappresenta la prigione dell’ignoranza e dell’odio. Solo verso la metà del film, dopo il racconto della sua scarcerazione, da veicolo dei ricordi diventa un treno reale, che lo porta dal suo villaggio nell’India Centrale fino al Sud, in Kerala, dove lo aspetta l’abbraccio di Amma, la madre di Rani Maria. Alla fine del film, quando è una persona nuova grazie all’amore ricevuto, lo vediamo parlare direttamente alla telecamera, con una luce diversa negli occhi e una voce più calma e consapevole.
Tranne il dispositivo narrativo del viaggio in treno, il resto del racconto è stato lasciato alla naturale predisposizione dei protagonisti Indiani di far rivivere il passato non solo attraverso le parole ma anche con i gesti e l’azione. Sono stata felice di lasciarmi trascinare in questa ricostruzione evocativa dei fatti, un modo tutto indiano di narrare che ha ‘contaminato’ il mio stile così da renderlo, credo, più diretto ed efficace.

Perché, raccontando una storia di perdono, hai scelto l’assassino come personaggio principale?

Ho scelto di raccontare la storia dal punto di vista dell’assassino perché sia chiaro che il perdono incondizionato trasforma nel profondo non soltanto chi lo offre, ma ancora più chi ne è oggetto. Se avessi scelto di narrare la vicenda dal punto di vista della vittima, il risultato sarebbe stato un’agiografia di Rani Maria, la storia di una santa e dell’incredibile mistero della grazia divina – comunque una esperienza in cui noi, persone comuni, avremmo avuto difficoltà a identificarci. Con Samundar come ‘eroe’ della storia, invece, possiamo riconoscerci nel protagonista, anche se non abbiamo compiuto un gesto altrettanto efferato del suo. La sua lotta per innalzarsi dalle tenebre alla luce è qualcosa che viviamo ogni giorno in quanto esseri umani. Identificandoci con lui, arriviamo a comprendere che, malgrado tutti i nostri errori, possiamo in qualsiasi momento essere trasformati dall’amore.

Cos’hai provato a passare tanto tempo accanto a Samundar?

Sulle prime, stare a così stretto contatto con Samundar, sapendo ciò che aveva fatto, mi turbava. Continuavo a ripetermi: “Possibile che quest’uomo abbia ucciso con 54 coltellate una donna inerme?”. Samundar è mite, affettuoso con i bambini e gli animali, tenero e rispettoso nei confronti di sua sorella Selmy e obbediente verso Swami, suo maestro e padre spirituale. Ricorda con dolore il passato, certo avrebbe preferito non doverne parlare. All’inizio era restio a confidare i suoi pensieri e i suoi ricordi a una straniera che gli puntava addosso la telecamera. Tuttavia, col tempo, si è sciolto. Credo anche per una forma di espiazione. Dice spesso: «Le persone devono sapere cosa è male, nessuno deve fare più quello che ho fatto io». Samundar è pienamente consapevole del grande dono che gli è stato offerto durante la cerimonia del rakhi, ossia la possibilità di una nuova vita. Ripete sempre: «Selmy è cristiana, io sono indù, e ora siamo fratello e sorella». Samundar non ha abbandonato la sua fede, ma ora la abbraccia con un nuovo cuore. Avendolo incontrato a più riprese nell’arco di tre anni, ho potuto toccare con mano la trasformazione che è avvenuta in lui. Il suo desiderio, ora, è aiutare il prossimo come può, tenendo a mente l’esempio di Rani Maria.

Quali sono le tue aspettative ora che hai completato il film?

Il mio unico desiderio – condiviso dai miei collaboratori e coproduttori – è che il documentario raggiunga il pubblico più vasto possibile. Ho cercato la semplicità, sia nella forma sia nello stile, per rivolgermi al cuore delle persone di ogni livello sociale, di ogni credo e cultura. Spero che il messaggio del film, mistico e ‘scandaloso’ insieme, convinca le persone di ogni fede che è possibile cambiare il nostro modo di pensare e di reagire alle prove che la vita ci pone davanti. Se, come testimoniato dal film, è stato possibile per Samundar trasformare il suo cuore, allora ognuno di noi può farlo. Se la madre e la sorella di Rani sono state capaci di perdonarlo e amarlo come un figlio e un fratello, ciò significa che ognuno di noi possiede questa immensa capacità di perdono. Il perdono è la più alta forma di libertà che un essere umano può esprimere. Solo attraverso il perdono, l’umanità compie un passo in avanti verso la sua evoluzione spirituale.